Il Palazzo del Cinema

Disponevo di un soggetto da me ritenuto interessante per un film, in breve era la storia di uno scrittore: costui pubblica in una rivista di provincia un racconto dinamitardo su un sarto anarchico che confeziona una bomba cucendola dentro la manica di una giacca da uomo, ovviamente staccata dal resto, tutto qui. Lo scrittore, un docente universitario, si espone in effetti alle critiche della sua direttrice dipartimentale, venuta a conoscenza del racconto dinamitardo per mano di un giovane assistente ansioso di prendere il posto del docente scrittore a tempo perso di racconti. Disponevo dunque di questo soggetto: mi recai al Palazzo del Cinema, una istituzione creata dal nuovo Sovrano e situata però in un vecchio edificio della lontana periferia ovest della mia città. Pioveva. Entrai nell'atrio e da lì iniziai a cercare su indicazione degli uscieri un ufficio che mi desse spago, sali, scendi, gira a destra, poi in fondo a destra ancora, poi a sinistra. Niente. Alla fine fermai la mia ricerca davanti a un paio di operai in tuta che stavano riparando un tubo. Assurdamente sfogai il mio malcontento con questi lavoratori che, però, facevano parte dello staff - così dissero - del Palazzo del Cinema e senza indugio aprirono una porticina  introducendomi al cospetto di un giovane biondo che molto comprensivo mi ascoltò e mi accompagnò poi lungo diversi corridoi, giù per scalinate, insomma mi assisté nel dedalo del Palazzo del Cinema. Giungemmo a un portone, il giovane biondo lo aprì e mi spinse fuori dall'edificio. La pioggia era aumentata.

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