Il gringo

 Parecchi anni fa il barbiere da cui andavo a farmi regolare i capelli, un uomo abile anche nella parola - forse per aver lavorato da giovane in pieno centro con una clientela scelta - chiuse bottega e andò in pensione. Prima di fermarmi numerosamente da una cinese, abile anche lei e perfino capace di qualche cordialità, mi lasciai in due occasioni regolare i capelli da una peruviana. La donna, che quasi subito mi definì "simpatico", parlava bene italiano e sapeva ragionare sulla sua professione, ma doveva essere gravata da impegni vari di tipo famigliare, per cui una o due volte semplicemente trovai chiuso il suo negozio. Durante il secondo trattamento condito da considerazioni teoriche l'uomo che, scopa in mano, si aggirava nel locale e che a occhio poteva essere il padre, mi si accostò e, lei (ela in spagnolo) allontanandosi un attimo, mi mormorò qualcosa di cui capii soltanto la parola "macchinetta". Smisi dunque di farmi regolare i capelli da questa donna piuttosto inaffidabile e meno brava che ciarliera, ma non mancai di valutare l'assurdità del consiglio dell'uomo con la scopa in mano, che di fatto sembrava voler togliere un cliente alla figlia, se "ela" era sua figlia. D'altra parte non tenevo i capelli così corti da regolarli con una macchinetta. Ieri mi è capitato di pensare di nuovo alla mormorazione dell'uomo con la scopa in mano, e mi è venuto da ipotizzare che mi volesse estromettere dalla clientela per qualche forma di gelosia. Magari etnica: io ero un gringo.

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