Severina

1
L'incantevole fanciulla attira l'attenzione di molti: se apre bocca ne esce una voce ferma e attraente, né sciocche son le sue parole. Tra i probabilmente numerosi appassionati di Severina ci limitiamo per ora a considerare un suo condiscepolo, Guido. Che di Severina s'infiamma intero nel corso di una cena fuori città. I due giovani, lui ventidue, lei venti anni, siedono vicini a tavola intanto che altri condiscepoli e due docenti ciarlano invero del meno, non del più. Si tratta di un "simposio" coronante il corso che hanno seguito Severina e Guido. 
Lei l'ha invitato a sederle vicino ... "sei l'unico", ha mormorato ... Ora, pervenuti alle ciliege, bellissima si produce a bassa voce in una breve cantilena maliziosa sulle medesime delizie della primavera... Severina parla la nostra lingua con un certo accento che in bocca alle femmine suona dolcissimo ... 
Voi capirete Guido ... 
Terminata la cena i presenti, che poco in definitiva hanno da dirsi,  fuoriescono dal locale e salgono su alcune auto per far ritorno in città ... I due docenti offrono ai discepoli la loro disponibilità ... La professoressa, una quarantenne vivace e snella, dà un passaggio a Severina ... Guido si sacrifica nel posto del cane ... vettura sportiva ...
Arrivati dove Guido ha l'auto, la professoressa si offre di accompagnare Severina fin dove abita, o chissà ... nei paraggi ... è notte ... Guido rimane solo, difatti Severina non ha voluto negarsi all'invito, né lui ha saputo imporre la propria voglia ... rimane solo, ma torna a casa in compagnia di un calore infernale e disperato ... 
Per decenni ripensa all'imperdibile e perduta fanciulla, alla sera della cena, alle parole "sei l'unico", alle cilege della cantilena dialettale, a quella professoressa, infine, che gli ha rotto le uova nel paniere ... che ha chiuso il fluire di una tenerezza ... per decenni parla a se stesso di quella "importuna" che "non aveva capito" ... 
Infine un bel giorno, un ironico giorno,  gli si spalanca la verità: la professoressa era una delle moltissime persone incantate da Severina ... fanciulla che svegliava gli umori non solo dei ragazzi, ma anche delle signorine di mezza età ...

2.
Anni fa, scrive Guido, composi un'autobiografia. Forse per questo motivo mi sembrò arrivato il momento di tentare un contatto con Severina Dionisoti, persa di vista, ma non dimenticata. Cercai via Internet e trovai qualche traccia. Presi d'impeto un foglio e scrissi, chiedendo a Severina se era lei la mia conoscente di gioventù. Dopo diverse settimane trascorse da me a fare ipotesi circa la probabilità di avere un riscontro, un pomeriggio del dicembre 2019, attorno alle ore 18, Severina mi chiamò al telefono. 'Sono Severina Dionisoti', disse. Esultai. 'Ho chiamato', disse Severina, 'perché ha scritto cose giuste, inclusa la grafia del mio cognome, ma io non mi ricordo di lei.' Le avevo chiesto nella lettera, dopo averle ricordato che ci eravamo visti e rivisti all'università e in occasione di pratiche politiche, di volermi dare sue notizie, ciò che lei fece con diligenza. Parlammo per una ventina di minuti. Io della mia vita, lei della sua, logicamente a grandi linee. In modo piuttosto goffo, direi, date le circostanze che si erano create dopo che Severina aveva affermato di non ricordarsi di me. Severina concluse: 'va bene, le auguro, se si può, buon Natale', e la telefonata finì. Il fatto che lei non si ricordasse di me mi aveva sorpreso e deluso moltissimo. Eravamo sì due estranei, dopo i cinquant'anni che erano trascorsi dal nostro incontro. Ma che lei non si ricordasse di me mi spiazzò. Ero sì contento che Severina mi avesse chiamato, ma mi sentivo infelice. Non trascuravo di pensare che lei avrebbe potuto benissimo non rispondere in alcun modo alla mia lettera, subito correggendomi in nome del fatto che invece mi aveva telefonato e risposto, diligente, alla mia richiesta di notizie. Avrei dovuto scriverle cose tipo 'signora, io sono stato molto innamorato di lei, in gioventù, e moltissimo lei ora mi manca'? Suvvia!

Durante la telefonata le avevo detto che mi era tornata in mente mentre scrivevo la mia autobiografia, non che mai l'avevo dimenticata, comunque mi attaccai al suo blando interesse per tale mio lavoro e gliene mandai per posta un brano. Non mi rispose. Dopo qualche mese, mentre avevo tentato di stabilire un contatto con lei chiedendole via mail che cosa le stesse accadendo in quei primi mesi di “pandemia” - senza ricevere alcuna risposta – le spedii uno dei miei libri. Allora mi rispose via mail per ringraziarmi dell'invio e per esprimere un certo assenso alle mie pagine autobiografiche - schizzi, scrisse - sulla scuola e poi, professionali, sull'università. Successivamente le telefonai, un pomeriggio, per chiederle come stava in rapporto al “lockdown”. Fu una conversazione piuttosto simpatica, stavolta, nel senso che sentii che Severina forse si concedeva qualche sorriso telefonico. Mi disse che le mie iniziative erano per lei sorprese. Che le piaceva aver qualcuno con cui condividere le esperienze del passato. In seguito le mandai a tale proposito una piccola raccolta di scritti inediti sulle vicissitudini del nostro far politica attorno al 1970. Le piacque e mi scrisse che l'aveva letta tutta d'un fiato, che aveva riconosciuto luoghi, circostanze e persone, infine ringraziandomi. Beninteso non mi scrisse, né durante la telefonata mi disse, di essersi finalmente ricordata di me. In effetti a quei tempi io non mi ero messo in evidenza nel movimento sessantottesco fiorentino e avevo militato in una organizzazione politica diversa da quella di Severina. Avevamo, e ce le eravamo comunicate, delle conoscenze in comune, più o meno notorie. Alcune nel frattempo mancate al mondo dei vivi.
Nell'entusiasmo causatomi dalla gratitudine sorridente di Severina le mandai un'altra raccolta di miei inediti, brevissimi racconti tratti da sogni, e un altro dei miei libri. Nessuna risposta, a parte un grazie per il libro.
Era trascorso un anno intero dalla prima telefonata, quella di Severina, e lei era stata padrona dei miei pensieri e delle mie fantasie, tra le quali primeggiava quella di prendere e andare a trovarla. Diciamo che il carburante necessario, voglio dire un suo incoraggiamento, mi mancò, del resto sono pigro, senza contare che in quel periodo iniziava a essere laborioso viaggiare in Italia a causa dei decreti del governo in merito alla “pandemia”.
Mi dicevo inoltre che forse i miei raccontini surreali avevano turbato quel po' di consenso che mi ero guadagnato da Severina con i testi sull'impegno politico sessantottesco.
Prima di Natale 2020, esattamente il 23 Dicembre, la chiamai al telefono. La ritrovai austera. 'Io non faccio auguri', mi disse. Comunque parlammo, come avevamo parlato diversi mesi prima, e seppi qualcosa di più della sua vita. Già nella primavera precedente mi aveva detto di essere “uccel di bosco”, di aver vissuto da giovane in una casa con giardino, e di non sapersi immaginare la vita in città di chi era costretto al “lockdown”. Uccel di bosco! Stavolta mi disse che viveva in un “paradiso”, e che qualcuno dei suoi vecchi amici era andato a trovarla. Era un invito. Mi parlò della sua casa, organizzata attorno a un pozzo. A un tratto, le dissi, con una certa trattenuta passione: 'signora...' Al che lei emise uno sbuffo, non so, che io erroneamente presi per una sua protesta relativa ai nostri modi troppo formali. In effetti l'avevo interpellata per nome - 'Severina...' - all'inizio della mia telefonata. Colsi la palla al balzo e le proposi di darci del tu. Ovvio che per me darle del lei era una forzatura. Anche divertente, forse. Lei reagì subito a tale mia proposta. 'No', disse, 'voglio mantenere la distanza, io non la conosco. 'Va bene, risposi io. 'Ma lei davvero si ricorda di me? - mi chiese. 'Ma certo, risposi, e stavo per parlarle a cuore semichiuso delle occasioni in cui ci eravamo frequentati ai tempi. Tuttavia lei, dopo che le avevo raccontato di un nostro incontro in via della Pergola nella mia stanza ('nella sua stanza? - esclamò allarmata), mi interruppe dicendo che la stavano chiamando sull'altro telefono, mi fece gli auguri e troncò la telefonata. Che come le altre due aveva avuto luogo tra il mio cellulare e il suo telefono fisso. Da allora non le ho più telefonato; le ho scritto una lettera in cui ho messo su carta quello che stavo per dirle al momento della sua chiusura improvvisa, certo motivata da emergenze serissime. E una cartolina in bianco e nero: una vista di Firenze dall'alto del giardino di Boboli, con in primo piano una fanciulla sorridente, le spalle e le braccia nude, panneggiata in bianco.
Stamani, dopo aver scritto quanto precede, sono uscito e mi sono diretto verso un negozio di libri usati, in via Ghibellina, per camminare e per comprare un qualche romanzo di Graham Greene, scrittore fin qui da me trascurato. La libraia non ne aveva, ma sul banco c'era una piletta di fotografie e di cartoline stravecchie. Mi ha attirato la foto di una giovane di oltre un secolo fa, che ho comprato e poi, tornato a casa, ho infilato in una busta. Accompagnata da un foglietto di carta pregiata con su scritto 'Un saluto...'; stasera l'affrancherò e la spedirò a Severina. Mi preme infatti che lei non si dimentichi di me un'altra volta, per quanto la telefonata sopra riferita mi abbia tolto la voglia di chiamarla ancora, e la non risposta ai miei inediti mi abbia dato dispiacere. Il significato del mio ricordare e del suo non ricordare è uno dei temi della presente ricerca, mentre l'altro è il significato della mia fervida iniziativa del 2019 di riprendere contatto con Severina.
La vedo seduta in solitudine nella folla in aula otto, l'aula cosiddetta magna. Una qualche luce le accarezza i capelli biondi, è vestita di nero, attende l'inizio dei lavori assembleari. Resto incantato da tanta grazia. Passo oltre. Dopo qualche mese la rivedo, fa parte di un piccolo gruppo di studio in vista di un esame complementare di psicologia, in via Ghibellina. Che felicità, ecco il motivo vero per cui inizio a frequentare quel seminario. Andiamo avanti per qualche mese al ritmo di un incontro per settimana. Non ricordo nulla di miei contatti con Severina, ma qualcosa dev'esserci stato, perché, altrimenti, avremmo camminato - noi due - da via Ghibellina a piazza San Marco, dopo l'esame, una mattina di Giugno? Parlando di quel che avevamo fatto le raccontai che mia madre, leggendo una delle tesine raccolte in vista dell'esame, aveva definito ingenuo uno degli autori. Mia madre che legge le tesine altrui, non solo la mia, mi pare un evento memorabile, ora. In piazza San Marco io e Severina ci separammo. Avevo preparato le cose per quella passeggiata piuttosto lunga? Avevo parcheggiato la moto in piazza San Marco a bella posta? Può essere, ma non me ne ricordo. La sera ci saremmo visti di nuovo per la cena occasionata dal termine dei lavori. Si andò in una trattoria fuori città ...

Nell'autunno seguente mi ripresentai a Psicologia per un nuovo seminario sperando che Severina ci fosse, invece non c'era. Non la rividi più fino all'estate del 1971.
Detto tra parentesi che la mia carriera di psicologo iniziò a causa del mio desiderio di rivedere Severina, nell'estate del 1971 ebbe luogo una grossa mobilitazione guidata dal movimento di Architettura. Ora, Architettura condivideva con la nostra facoltà (Lettere e Filosofia: Severina frequentava Lettere, io Filosofia) la sede di piazza Brunelleschi, voglio dire che loro avevano un'ala, noi l'altra. Un giorno vidi Severina seduta sotto il portico (lato architetti), solitaria in mezzo a una quantità di persone. Io mi trovavo dall'altra parte, ma non mi avvicinai. Era bellissima! Perché non mi avvicinai, non ero solo né volevo farmi vedere con la bella sconosciuta. Come al solito avevo tenuto tutto chiuso in me. In compenso partecipai, moderatamente s'intende, a quelle lotte, e solo per poter rivedere Severina. Ma non la rividi. “Voto/unico/garantito/il Pci va demolito!”
Qualche settimana dopo, una notte la sognai e svegliandomi dal sogno, che non ricordo più, piangevo.

Nel 1972/73 faccio parte di un collettivo operai-studenti (Lotta continua, Potere operaio, e mi pare marxisti leninisti – di operai neppure l'ombra) che opera a Sesto Fiorentino sia sulle fabbriche sia in tema occupazioni di case. Non so quando, un pomeriggio mi trovo con Severina a volantinare, noi due da soli. Intratteniamo una casalinga che sta alla finestra della sua cucina, pianterreno. 'Mio marito non è in casa', ci dice classica la donna. Che aggiunge: 'perché non andate a fare all'amore?'. 
La penultima volta che vedo Severina è nella nuova sede dell'istituto di Psicologia in via della Pergola, probabilmente nell'autunno del 1973. Lei sta per concludere i suoi studi, comunque per qualche motivo (un ultimo esame?) si trova in via della Pergola - ora ricordo solo noi, seduti nella famigerata "mia stanza", quella che mi era stata assegnata per colloquiare con gli studenti (mi ero laureato nel Giugno del 1972). Parlammo per qualche minuto. Più che altro in quegli anni di studi e di lotte lei si era indurita, portava come molti di noi una corazza ideologica. Mi disse, saputo che stavo iniziando una carriera universitaria, che ero “furbo”, qualcosa comunque che mi dispiacque. Forse voleva dire che ero un opportunista, un cinico, oppure mi chiedeva semplicemente che cosa mai facessi, lì. Parlammo anche di una nostra professoressa, no, non di quell'impicciona che le aveva dato il passaggio sulla Fulvia coupé, di un'altra. Le dissi che la persona in questione non era quel modello progressista che lei immaginava. Severina osservò: 'e io che me la immaginavo con la casa piena di compagni!'.
E' l'ultima volta, amara e abbastanza fredda, che ho parlato con lei, ma non l'ultima che l'ho vista.
Nel settembre del 1977 si svolse a Bologna un convegno contro la repressione. Non era mancata, quell'anno! Fu una grossa cosa, molto partecipata in diverse parti del centro della città. 24 Settembre 1977, data storica - anche per me. Nel pomeriggio, quando mi preparavo, con altre persone, a prendere il treno per tornare a Firenze, ormai fuori dal centro - è ragionevole pensare che ci trovassimo vicini alla stazione centrale – vidi a una trentina di metri Severina che camminava decisa insieme ad altri - transitava non so diretta dove. La contemplai, ma neppure stavolta mi avvicinai. Trattenni l'emozione. Del resto il nostro colloquio di anni prima non era stato simpaticissimo e ormai mi ero rassegnato a mancarla. Non era stato un incontro simpatico, ma dimostra che noi eravamo in confidenza, insomma: che ci conoscevamo.

Perché Severina si è dimenticata di me, mentre io non mi sono dimenticato di lei? A parte la possibilità che Severina e io, alla nostra età, perdiamo qualche colpo in fatto di memoria, da ultimo ho pensato che certo Severina può essersi dimenticata il mio nome e cognome. Forse in caso di incontro magari mi avrebbe riconosciuto. Né le ho voluto mandare mie foto d'epoca. Ai tempi non fui, ripeto, un personaggio, nel movimento, non parlai in alcuna assemblea, e noi due facevamo parte di gruppi politici diversi. Ero una faccia, una persona che lei aveva visto e rivisto molte volte, anche da vicino, tra il 1969 e il 1973. A parte questi motivi per cui Severina si è dimenticata di me, ce n'è uno importante: io non sono stato per lei ciò che lei è stata per me, io non ho contato  per lei, lei ha contato molto per me. Io mi ero innamorato di lei, lei non si era innamorata di me. Lei è stata una mia vita mancata che in modo ingenuo ho tentato di richiamare dopo cinquanta anni.

Ho omesso di riferire un dettaglio. Cercando in Internet Severina Dionisoti - mi raccomando, con una sola “t” - avevo trovato, oltre all'indirizzo (distante 400 chilometri da Firenze), ciò che si potrebbe dire un omaggio fotografico realizzato per lei da un ex compagno di scuola. Si trattava di svariate immagini, delle quali la maggioranza, in bianco e nero, risalgono agli anni sessanta; alcune a colori appartengono a epoche meno lontane (ma sono minute, né sono riuscito a ingrandirle); altre sono state scattate nel 2013 durante una rimpatriata, leggo, tra i compagni di liceo di Severina: la mostrano com'era nove anni fa. Certo io possedevo una qualche immagine mentale di Severina, infatti la ho riconosciuta subito nelle foto in bianco e nero. Tuttavia l'insieme delle foto ha rinforzato la mia memoria, per cui quando al telefono con Severina ho affermato che certamente mi ricordavo di lei, in parte esageravo. Detto in altri termini: se io l'avessi incontrata per caso, in questi anni, non so se l'avrei riconosciuta. 'Signora, lei è Severina Dionisoti?' E' ovvio che lei sia molto cambiata, come sono cambiato io e come tutti in cinquanta anni cambiano. Tuttavia mi piacerebbe incontrare, anche per caso, Severina. E vedere che cosa succede.
Alcune delle foto in bianco e nero la mostrano al mare insieme ad altri giovani. In una lei cavalca le spalle di un ragazzo, in acqua, attorno gli altri plaudenti. In un'altra siede accanto a un giovane davanti a ciò che pare una fila di cabine di legno. Lui è un grosso bel ragazzo che ha un'espressione leggermente ironica, forse rivolta a chi fotografa. E spavalda. Lei, in due pezzi, pare assorta e insieme impegnata in rapporto a lui. Con ogni probabilità sono una coppia. Un'altra foto mostra una squadretta di giovani, in piedi tre ragazze, tra le quali Severina, e, accosciati davanti a loro, due ragazzi. Siamo, pare, in un giardino. Tutti sono vestiti da mezza stagione, Severina indossa una camicia chiara sotto un golfino aperto il cui colore potrebbe essere rosso. Mi pare che sia in gonna - i due ragazzi la coprono. O meglio, la copre quello più grosso, non so se lo stesso della foto balneare. Comunque ha un'aria ironica. Indossa un paio di pantaloni molto stretti e degli stivali da taglialegna statunitense, l'altro lo guarda con stupita simpatia, come se Timberland avesse appena detto qualche facezia. Severina gli tiene una mano su una spalla. Sorride serena e fiduciosa.
Bellissima, magari un po' leziosa, la foto che ritrae Severina, adolescente, in braccio a una donna piuttosto giovane, bruna, che volge le spalle a chi fotografa. La madre? Severina indossa una sorta di grembiule bianco con lo scollo rettangolare. Sembra molto innamorata della donna che la tiene in braccio e che lei abbraccia. Dietro s'indovina, lontano e in basso, un paesaggio balneare. Questa foto mi suscita un qualcosa di pittorico.
Le foto piccole piccole che non sono riuscito a ingrandire mostrano Severina in compagnia affettuosa di un cagnolino, e sullo sfondo si vedono antiche colonne. Una sosta durante un viaggio?
Nelle due foto (vado a memoria, in quest'elenco) relative alla rimpatriata, Severina è una signora di sessantaquattro anni (so infatti da lei stessa che è nata nel 1949), vestita in modo elegante, direi casual - colori caldi. Ha i capelli assai meno lunghi di quanto li portasse attorno al 1970, ma ancora biondi... E' piuttosto robusta... Una tarda Caterina Boratto, marginale ma poderosa presenza nel cinema italiano - ricordo “Campo de' fiori” e “Otto e mezzo”, ora soprattutto “Primo amore”, un film del 1978. (Di recente - Aprile 2022 - è morta Catherine Spaak, attrice, cantante e in seguito intrattenitrice televisiva. Aveva 77 anni. Ho provato per alcune ore un certo malessere che lì per lì mi è sembrato misterioso, infatti non ricordavo di aver sentito, negli anni sessanta, un particolare trasporto per questa stella di media grandezza. Ho ipotizzato un certo mio impercettibile innamoramento adolescenziale per Catherine Spaak, poi, passate diverse ore, in me le si è accostata l'immagine di Severina e ho capito che la notizia della morte dell'attrice mi aveva rimandato alle vicende descritte nel presente testo. Voglio dire che l'attrice assomigliava alla Severina che ho conosciuto. )
Tornando alle foto: il suo viso, aumentato in fatto di dimensioni rispetto alle foto giovanili, corrisponde in pieno al tono austero della sua voce telefonica... Non pare allegra, forse è seccata di esser fotografata, o di tutto quanto capita nelle riunioni commemorative di ex compagni di scuola...Qui tiro a indovinare... Preferisco comunque, tra queste ultime, la foto che la ritrae di profilo, con lo sguardo diretto lontano e in alto... Sì, è lei!
L'omaggio fotografico è tuttavia crudele, per cui non so se si tratti proprio di un omaggio. 'Severina, quanto sei invecchiata!' - sembra che dica in definitiva il curatore, l'amico, l'ex compagno di scuola.
Durante i mesi, molti, in cui Severina è stata padrona dei miei pensieri, tale sua trasformazione mi ha occupato in modo maligno. E' logico che razionalmente io sappia e sapessi che una persona incontrata cinquanta anni fa, soprattutto quando non l'abbiamo più rivista, non è più quella persona, ma un'altra che della precedente porta solo quelle tracce che difficilmente si cancellano: gli occhi, la bocca, l'espressione, quel complesso facciale che solo la morte è capace di distruggere. Tuttavia non era la dimensione razionale quella in cui io mi sono trovato a vivere dall'autunno 2019 fino a non molti mesi fa in rapporto a Severina. Io desideravo entrare (né posso dire “rientrare”) in contatto con la Severina del 1970, diciamo meglio, del periodo che va dal 1968 al 1977. Avevo quell'immagine davanti, che spesso veniva turbata dalle foto della rimpatriata. Incontravo lungo un marciapiede una bella signora sui settanta e mi dicevo che con Severina nella migliore delle ipotesi avrei potuto conversare - non necessariamente dei vecchi tempi. Che avrei dovuto partire da zero e costruire un'amicizia. Eppure tanto forte era stata tra il 1968 e il 1977 la mia passione per Severina, che io stentavo ad abbandonarne le coordinate giovanili.

Il significato della mia fervida iniziativa, nel 2019, di prendere contatto con Severina è stato quello di un viaggio a ritroso nel tempo con una precisa destinazione: lei, che ha tuttavia rifiutato la parte, scrive Guido.






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