I sogni (1) si possono distinguere in due tipi, del primo, biografico, sono le "storie" in qualche modo corrispondenti alle nostre esperienze, del secondo, finzionale, le "storie" non corrispondenti alle nostre esperienze, nonostante che possiamo esserne "attori". Inutile precisare che il secondo tipo di sogni incuriosisce più del primo. I sogni del primo tipo tendono a mettere in scena i "fatti nostri", in modo piuttosto disordinato, infedele, irrealistico, ma, se abbiamo pazienza e coraggio di lavorarci, essi ci aiutano ad essere sinceri con noi stessi. Ai sogni del secondo tipo, quelli le cui "storie" non corrispondono alle nostre esperienze, possiamo lavorare come se tali "storie" ci riguardassero allegoricamente. Sia i sogni del primo sia quelli del secondo tipo possono comunque suggerire spunti riguardanti tutti ... Il blog che avete sotto gli occhi presenta una notevole quantità di "storie" elaborate da sogni avuti da me. Tali elaborazioni sono uno sfruttamento dei sogni a scopo narrativo. Dei propri sogni si può fare altro, è ovvio ... si possono dimenticare e amen ...
Ecco un sogno del secondo tipo:
La figlia del patriota ucciso molti anni fa in uno scontro a fuoco con membri dell'esercito di occupazione percorre i gradini di una salita che porta al luogo della battaglia. Veramente non fu proprio una battaglia, ma una sorta di duello tra patrioti e stranieri occupanti - pensa la figlia del patriota, orfana di lunga data - cui il padre avrebbe potuto forse sottrarsi in considerazione delle sue responsabilità di uomo sposato con famiglia. L'orfana lo pensa, ma lo tiene per sé. Certe idee è meglio proteggerle nel silenzio. Come ogni volta che la figlia del patriota ucciso dai nemici occupanti percorre la salita, le succede qualcosa di molto strano: ad ogni gradino lei si fa più giovane, ragazza, adolescente, bambina, infante... Per cui, quando arriva al luogo della battaglia, o meglio del duello, la figlia del patriota ucciso non sa più di che cosa si tratti, se sapesse parlare chiederebbe al padre, sì, al padre, che quando lei era un'infante ancora viveva, bello e affettuoso: babbo, che cosa siamo venuti a fare quassù?
Un altro del secondo tipo:
Letta la scanzonata versione di Aldo Busi del Decameron, due amici decisero di tradurre in italiano moderno i versi dell'Orlando furioso. Non in prosa, naturalmente! Si misero all'opera, ciascuno nella propria stanzetta, logicamente dividendosi il lavoro. Lui il secondo canto, lei il primo, lui il quarto, lei il terzo, e così via. Abitando in località distanti tra loro i due finirono per passare parecchie ore alla settimana lavorando per telefono, ai tempi un apparecchio "fisso" e collegato alla "rete" tramite un filo - ciò sia detto per i più giovani. Ognuno leggeva all'altro - ci si perdoni la formula tutta al maschile - un'ottava nell'originale, quindi passava a leggere la traduzione che ne aveva fatto. Spesso i due, non specialisti della lingua ariostesca, dovevano faticare assai per trovare il modo di sciogliere nodi espressivi anche insolubili, eppur tuttavia non mancavano di farsi grandi risate, non tanto reciproche, quanto riferibili al pasticcio che si erano messi a fare. Passarono i mesi e arrivarono le prime bollette del telefono. Si era ai tempi della vecchia moneta, la lira! Ebbene: a lui venne un conto di novecentomila lirette, e a lei poco di meno. Logicamente quest'ultimo fu un fattore frenante del lavoro, almeno dal punto di vista telefonico. Ripresero, lei e lui, a tradurre l'Orlando furioso ciascuno nella sua stanzetta, in solitudine, tra i dizionari e beninteso le varie edizioni scolastiche del poema, fornite delle indispensabili note esplicative e filologiche. Una volta alla settimana si telefonavano per scambiarsi opinioni ciascuno sul lavoro proprio e dell'altro - a quel punto usavano anche la posta, strumento com'è noto poco affidabile. Benestanti entrambi, esercitavano tuttavia professioni atte a mantenere le loro esistenze su un livello materiale decente. Detto in breve: erano gravati, lui e lei, da un orario di lavoro. Non avevano, meglio, troppo tempo a disposizione per il loro gioco. Decisero quindi di unire le loro esistenze in un luogo unico, in una casa unica. Infine si sposarono. Il tutto, sia chiaro, all'unico scopo di portare avanti la "traduzione" dell'Orlando furioso. E vissero felici e contenti.
Ancora del secondo tipo:
Un anziano parlava da solo e a voce alta intanto che camminava sul marciapiede di via Amadeo Bordiga, animatissima. Diceva che i figli e le figlie non portano rispetto perché i loro padri sono dei conclamati cornuti. Mi azzardai ad affiancare l'anziano e gli chiesi di spiegarsi meglio. Mi concesse uno sguardo laterale e seguitando la sua marcia ripeté che i figli e le figlie non portano rispetto perché i loro padri sono dei conclamati cornuti: questo caro signore non significa, aggiunse, che i padri non fossero cornuti anche ai tempi suoi, anche ai miei, ma non lo erano in modo conclamato. Lo sa cosa significa "conclamato"? Risposi che lo sapevo, ma ancora non ero soddisfatto, e chiesi all'anziano di sprecare qualche parola per me, che ero ansioso di abbeverarmi al di lui sapere. Mi lanciò una seconda occhiata laterale e disse: non faccia lo spiritoso, vede, anche lei nonostante l'età dev'essere stato ... No no, risposi in fretta, mio padre non era cornuto! Tutti i padri sono cornuti, ribadì l'anziano, comunque sia i casi particolari a me non interessano. Io intendo questo: i figli e le figlie vedono, non solo sanno, che la mamma va a letto con uno che non è il padre, il quale padre se n'è andato con un'altra. Questo casino ha come risultato che il padre come figura è ridicolizzato. E allora? - chiesi affannato dalla marcia sulla salita di via Bordiga. Allora allora - il padre è la legge, caro lei, e se è un cornuto conclamato, un pagliaccio, la legge non conta un fico secco. Ecco perché i figli e le figlie non portano rispetto. E ora mi lasci, che sono arrivato. Si levò appena sulla testa il cappello ed entrò in un portone. Restai a baloccarmi per ore e ore con questa rivelazione.
Ancora del secondo tipo:
C'era un medico cosiddetto di base che non si limitava a visitare i pazienti ed a prescrivere farmaci, esami diagnostici e simili, ma forniva anche il suo parere sulla condotta dei pazienti. In realtà il medico era una brava persona e forse onorava, a differenza di altri suoi colleghi, la nobile professione. A uno poteva dire però: "lei è un nevrotico, si crea i problemi da solo". A un altro: "lei signora in certe cose è saggia", ciò implicando che la signora in altre cose non era "saggia". Secondo il medico. A un altro paziente in effetti non disposto a sottomettersi ad esami diagnostici "preventivi" il bravo dottore diceva: "non abbia paura". "Non si dice a un uomo 'non abbia paura' ", replicò il paziente, "pensa forse di essere mio padre?" Un giorno il bravo dottore fu chiamato a casa di un malato e ci andò, cosa che come tutti sanno non è affatto scontata. Visitò il paziente e poi si mise a scrivere le prescrizioni - la "ricetta". Il paziente vide che il medico continuava a scrivere e s'incuriosì. La prescrizione di un "antibiotico" occupava, vide il paziente, solo un piccolo spazio in fondo al foglio, mentre il resto era pieno di righe - fitte fitte. Si trattava, spiegò il medico, di considerazioni sullo "stile di vita" del paziente, secondo lui sbagliato ed anzi immorale. "Ma dottore, a quale farmacista vuole che importi quel che lei pensa di me, ammesso e non concesso che riesca a leggere queste zampe di gallina!", esclamò il paziente, che beninteso non era riuscito a decrittare il testo improvvisato dal medico. "Suvvìa", rispose il medico, "lei sa benissimo che cosa penso della sua condotta scriteriata, ecco: stavolta ho voluto mettere per scritto il mio giudizio!" "Parere, prego, parere!", precisò il paziente. Accompagnò quindi il dottore alla porta, dopo averlo pagato, fece ritorno in camera sua e stracciò la "ricetta". Si era ricordato di avere già in casa l' "antibiotico" prescritto.
No, mi spiega il grasso educatore, che intanto si è messo in calzoni corti e non pare vergognarsi delle sue rotondità strabordanti: malabitato! E giù una gran risata.
Attorno all'alto edificio, privo di vetri alle finestre, sparse nella pianura vedo diverse casette che potrebbero essere state bunker, ai tempi. Molti ragazzi e ragazze bighellonano nella pianura che dà sul mare. Sono i giovani delinquenti che formano, mi dice il grassone, la colonia penale.
In galera?
No, sono liberi di fare quel che vogliono, solo che andarsene dall'isola è impossibile, per quanto il desiderio di farlo a loro venga presto, anche perché è piccola e non c'è nulla da vedere, da esplorare!
Altra risata.
Voi che compito avete?
Mi occupo dei ragazzi e delle ragazze ...
E ride ancora.
Volete dire che ...
Certo, ho le mie favorite, che mi guadagno, ogni volta che torno, con qualche regalo...
E i maschi?
I maschi se lo finiscono alla svelta, con le ragazze e tra loro...
E ride, il grassone che non si vergogna delle sue rotondità strabordanti.
In questo periodo la sua favorita è?
Quella magrolina laggiù che fa finta di nulla...
Ah! Ma è giovanissima!
Sembra giovanissima, ma sta sui trent'anni, è navigata, 'na figata!
E ride.
Sentite, il vostro metodo di rieducazione qual è?
Io, signor sociologo, lavoro per il ministero della giustizia e seguo le norme diramate ormai da anni: consolo.
Consolate?
Consolo, durante un paio di giornate al mese, i giovani delinquenti ...
Di che cosa li consolate?
Del fatto che sono esiliati su quest'isola!
E ride ancora.
"O perdindirindina, che antipatico contrattempo!" esclama dentro di sé il nostro.
Più o meno.
Corre verso la prima officina meccanica che ha in mente, entra e si sfoga con il padrone e maestro, il quale non fa una piega. I due escono insieme e tornano dove si trova la derubata, il maestro ha sottobraccio una piastra di acciaio, trenta per trenta, con quattro rotelline agli angoli. La infila in corrispondenza con la coppa dell'olio, sotto, poi comanda al nostro di tirar giù dal cavalletto la derubata. Che si adagia (un po') rumorosamente sulla piastra a rotelle, e i due la spingono facile per quelle centinaia di metri che li separano dall'officina.
Entro e mi si riconosce, mi si fa festa, la padrona, vedo, mi prepara una mescita di vino acqua e uva, io taccio, piuttosto imbarazzato. Non credevo che mi si sarebbe riconosciuto, dopo tanti anni. Mi si chiama per nome, si rammentano i tempi andati: "avevamo te, noi, e il culo", dice qualcuno, "ora il culo lo diamo!"
Ai tempi, è ovvio, non esistevano computer, o almeno non erano ancora diffusi, questo per la storia.
Il nonno riprese l'incartamento, invero esiguo, che il direttore gli tendeva facendone leggermente tremare le pagine, ed iniziò a sfogliarlo. "Ma si legge benissimo, capo. L'ho fatto ricopiare con una penna stilografica da mia moglie, guarda che bella grafia!"
Il nonno fingeva di ignorare che il direttore né alcun altro collega avrebbe mai letto il suo lavoro sul tè verde, comunque fosse stato scritto, e si era divertito a mettere in difficoltà il direttore, tutto qui. Ne accolse quindi l'invito a farlo ricopiare a macchina e lo inserì nel fascicolo dei suoi "lavori" recenti, usando inoltre l'accorgimento di cambiare il titolo. In elenco si sarebbe letto quanto segue: "Comportamenti alimentari inerenti la ricerca della longevità".
Nessuno ebbe da ridire.
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